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La violenza sulle donne: la difficoltà di uscirne.

Questa ricorrenza, istituita per la prima volta nel 1999 dall’Assemblea delle Nazioni Unite, ha acquisito una particolare rilevanza quest’anno, con l’aumento dei casi di donne vittime di violenza o a rischio di maltrattamenti a causa della convivenza forzata con i partner abusanti, a seguito delle misure di lockdown adottate a inizio marzo a causa della pandemia di Covid-19.

La dichiarazione delle Nazioni Unite sull’eliminazione della violenza contro le donne (1993) definisce la violenza contro le donne “qualsiasi atto di violenza di genere che provoca o possa provocare danni fisici, sessuali o psicologici alle donne, incluse le minacce di tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia che si verifichi nella vita pubblica o privata”.


Applicando questa definizione, vengono riconosciute diverse forme di violenza contro le donne, come la violenza fisica inflitta dal partner, la violenza psicologica, i crimini contro le donne commessi per “onore”, il femminicidio, la violenza e le molestie sessuali, le violenze nei luoghi di lavoro, nelle istituzioni educative e nello sport; la tratta di donne.


Tutte queste forme di violenza causano alle donne che ne sono vittime complessi quadri patologici con danni sul breve e lungo periodo che possono interessare diversi ambiti come quello fisico, sessuale e riproduttivo, psicologico e comportamentale, fino ad arrivare a esiti mortali in caso di omicidio, suicidio e mortalità legata a malattie a trasmissione sessuale come l’AIDS.


Statistiche impressionanti

Secondo i dati dell’Istat, in Italia il 31,5% delle donne tra i 16 e i 70 anni (6 milioni 788 mila) ha subito nel corso della vita episodi di violenza fisica e/o sessuale.

Il 13,6% delle donne (2 milioni 800 mila) ha subito violenze fisiche o sessuali da partner o ex partner. In generale, partner, parenti o amici sono i responsabili della maggioranza delle forme gravi di violenza sia fisica che sessuale.

Oltre alla violenza fisica o sessuale, le donne con partner abusanti subiscono anche violenza psicologica ed economica, cioè comportamenti di umiliazione, svalorizzazione, controllo e intimidazione, nonché di privazione o limitazione nell’accesso alle disponibilità economiche proprie o della famiglia: secondo gli ultimi dati il 72,5% delle donne ha subito violenza psicologica e/o economica dal partner attuale o da ex partner.

L'Istat registra come per il 21,5% delle donne la violenza psicologica prosegua anche dopo la fine della relazione, con comportamenti persecutori degli ex-partner sotto forma di stalking.

Nonostante la maggior parte delle donne riesca a uscire dalle situazioni di violenza ponendo fine alla relazione con il partner maltrattante, una percentuale di donne ha difficoltà ad abbandonare la relazione abusante e ne rimane quindi vittima.


Anche in caso di allontanamento da partner abusanti, molte donne nel corso della vita finiscono spesso per diventare nuovamente vittime di relazioni violente che ripropongono le dinamiche di quelle precedenti, in uno scenario di ripetuti maltrattamenti.


A livello sociale, queste situazioni portano frequentemente a stigmatizzare e colpevolizzare le donne, responsabili di non essere in grado di tutelarsi, fino ad arrivare a credere che siano loro a cercare e volere partner violenti, ad essere masochiste e in qualche modo a “essersela cercata”. In questo modo le donne intrappolate in relazioni violente perdono il supporto sociale di cui avrebbero bisogno, rimanendo sole con i loro aggressori.


Ma cosa rende per certe donne estremamente difficile lasciare il proprio partner, anche quando questo è innegabilmente violento e abusante?


Il Ciclo della Violenza


Leonore Walker, psicologa che per prima ha cercato di rispondere a questa domanda nella sua opera “The Battered Woman Syndrome” (1979), afferma che due componenti psico-sociali sono centrali nell’impedire alle donne vittime di violenza di abbandonare il partner abusante: il ciclo della violenza e l’impotenza appresa.


Con la teoria del ciclo della violenza viene indagata la natura ciclica della violenza all’interno delle relazioni intime, individuando tre fasi distinte negli episodi di abuso:


1. Fase dell’accumulo di tensione:

- durante la prima fase il partner violento controlla la vittima criticandola ripetutamente e mostrandosi sempre irritabile e insoddisfatto.

- La vittima tende a ignorare la sua rabbia, ad assumersi la colpa per le presunte trasgressioni e tenta di soddisfare il partner violento. Spesso razionalizza gli abusi psicologici dicendo a sé stessa che, se sarà abbastanza brava, riuscirà ad avere il controllo della situazione (es. “se sarò una compagna più attenta e disponibile non mi insulterà e non mi farà del male”).

- A prescindere dai tentativi della donna di compiacere il partner e dalla sua sottomissione, l’irritazione non giustificata e non prevedibile del partner violento continua ad aumentare, finché non sfocia in violenza agita come punizione per una presunta trasgressione della compagna.


2. Fase dell’aggressione:

- E' il momento in cui si attua la violenza vera e propria.

In questa fase viene rilasciata tutta la tensione accumulata durante la fase precedente in un imprevedibile esplosione di violenza, sotto forma di abuso psicologico, fisico o sessuale.

- La situazione viene scatenata da indizi percepiti nel mondo esterno o immaginati dall’abusante, ma spesso il partner violento colpevolizza la donna per l’accaduto (es. “sei tu che mi fai impazzire”; “mi hai provocato”).

- Queste colpevolizzazioni contribuiscono al senso di impotenza, ansia, isolamento e ai sentimenti di colpa e inadeguatezza della donna.


3. Fase della riappacificazione:

- dopo la violenza, il partner abusante si vergogna di quanto fatto, si mostra pentito, compie gesti romantici, supplica di essere perdonato e agisce manipolazioni per impedire che la compagna si allontani (es.”Non posso vivere senza te”; “Se mi lasci non so cosa potrei fare”).

- Davanti a questo improvviso cambiamento, le donne possono aggrapparsi alla speranza di un nuovo inizio, convincersi che l’accaduto sia stato solo un incidente, sentirsi in colpa per la rabbia provata verso il partner e provare compassione per lui.

- Purtroppo, se il partner violento non cerca un aiuto esterno per cambiare, la tensione è destinata a crescere nuovamente e a portare ad una nuova aggressione, ripetendo così il ciclo della violenza.


L'impotenza appresa


Il ripetersi degli episodi di abuso portano le donne maltrattate a vivere in uno stato di impotenza appresa.

Questo termine indica il fenomeno per cui una persona, se esposta ripetutamente a episodi traumatici non prevedibili, a un certo punto smetterà di provare a scappare e, sopraffatta dalla disperazione, risponderà con passività agli eventi esterni.


In maniera corrispondente, le donne vittime di violenza non scappano dalla relazione abusante perché il partner violento ha distrutto il loro senso di auto-efficacia, la speranza in una via di uscita e la loro capacità di trovare e sfruttare vie di fuga dalla violenza.

Questa teoria ci permette di vedere come, al di là dell’abuso agito ed esplicito, le donne vittime di violenza siano vittime soprattutto di dinamiche complesse e subdole che impediscono loro di allontanarsi dal partner abusante, rimanendo legate a lui da manipolazioni psicologiche che le fanno sentire colpevoli e impotenti, sole e incapaci di salvarsi dal loro carnefice.


Chiedere aiuto


Parlarne con qualcuno può salvarti la vita: chiedi aiuto.

Cercare un supporto può aiutarti ad uscire dalla situazione di violenza, a ritrovare speranza e fiducia in te stessa.

Cambiare si può, se sei vittima di violenza o conosci una donna vittima di violenza chiama i numeri verdi gratuiti:


- 1522: numero nazionale di ascolto e sostegno a vittime di violenza e stalking

- 0637518282 - Telefono Rosa, offre sostegno psicologico e giuridico a donne vittime di violenza


- Per il Veneto - 800 81 46 81, linea di aiuto e informazioni del Centro Veneto Progetto Donna.

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